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mercoledì, 26 ottobre 2005

la mia Antigone recitata
ho sentito il mio testo diventare reale

 


la mia Antigone recitata da ATTORI in un TEATRO. Anna Mazzamauro a darle la voce. Creonte. Ismene. Attori - attori veri - a dar loro la vita. UN SOGNO REALE. La mia Antigone è stata premiata. Il terzo premio. Cerimonia di premiazione al teatro Quirino Vittorio Gassman di Roma.

“Asciutto, rigoroso, essenziale, una bella e certa promessa per il teatro di domani” Così il drammaturgo Guido Mazzella ha definito il mio testo.

Antigone nella sua fredda cella. Rannicchiata in un angolo del pavimento in posizione fetale.
Si abbraccia le ginocchia dondolandosi. Si abbraccia forte.

ANTIGONE    Questi fantasmi. Questi tremendi fantasmi. Non mi lasciano in pace. Continuo a sentirla. La sua voce. E’ terribile. La sua voce.. (singhiozza) Il peggio è di notte. Nel silenzio. La sento così forte. Così forte che penso: non può essere l’immaginazione. E’ troppo forte troppo reale. Ci sarà qualcuno nel corridoio che urla. Così mi alzo dal letto. Guardo. E quando non vedo nessuno ho paura. Ho paura perché sto perdendo la testa. Perché sento voci che non ci sono e vedo gente che non esiste più. E adesso parlo da sola. Parlo da sola in questa maledetta cella. Perché ho paura. Ho paura del silenzio. Preferisco sentire la mia voce che esiste davvero. Ad essere sincera non ne sono così sicura. Di esistere intendo. Mi sembra di vedere le cose a tinte pastello.

La disperazione di Antigone. Antigone dal cuore distrutto. A testa alta grida le proprie colpe  che colpe non sono. Forte eppur fragile. E poi il suo delirio finale. Questa è una delle parti del testo che ho scritto davvero col cuore. E Anna Mazzamauro ci è riuscita. Ha dato voce alla mia anima nascosta tra le righe.


 

A proposito, quello è il mio vero nome.
Rita Alomia.

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martedì, 18 ottobre 2005

Questo era il mio liceo classico. Educandato Statale Maria Adelaide. Un collegio senza suore. A letto alle dieci e mezza. Le porte delle stanze da letto di vetro. Istitutrici a spiarti per controllare che avessi spento la luce. Corridoi bianchi. La mensa. Sbucciare la frutta con coltello e forchetta perché – mon dieu – non siamo ad un pic nic. Il permesso di uscire solo una volta alla settimana, dalle 4 alle 7, e solo se hai la firma dei genitori.  I pomeriggi in classe a studiare. Sentire infinite declinazioni di greco ripetute a memoria dalle compagne. Eppure eravamo come sorelle lì dentro. Eppure la convivenza forzata non era poi così male. Simona e Sofia. Le mie compagne di stanza [e di cuore].  Ho imparato a sbucciare un’arancia con coltello e forchetta, che cazzo, può essere sempre utile nella vita. Forse ho sbagliato a cambiare strada. Forse un’overdose di regole era quello di cui avevo bisogno per imparare a gestirmi. Correggermi. Imparare a fare quello che non mi va. Essere capace di impegnarmi in qualcosa che detesto. Quando andavo al liceo classico volevo dipingere, e adesso che vado all’artistico voglio scrivere. E’ paradossale. Esasperante.

Oggi mi è arrivata una lettera di Luciana, una delle mie compagne del classico a cui tenevo di più.
“…sai anche a me manca l’Ade!” scrive “Adesso mi sento un po’ vuota. Mi manca il cazzeggiare insieme a quelle pazze che avevo come compagne! Lo stare tutte insieme davanti alla tv, gridare con loro.. Insomma mi manca il bordello che facevamo e mi manca pure la polvere sotto il letto! Ti ricordi quando ti fottevo i colori per farti studiare? Che deficiente che ero! Eravamo un bel gruppo..”

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venerdì, 14 ottobre 2005

 

..io nella mia stanza

"C'è stato un momento,
in una notte,
in cui ho avuto fortissima
la sensazione che tutto fosse possibile,
che tutto potesse avverarsi...

Ma è stato solo un momento,
un istante,
un frammento di sensazioni
cancellato poco dopo da altre,
finito nell'archivio dei vecchi ricordi,
di malinconici rimpianti,
di desideri mai avverati..,,

Questa poesia l'ha scritta oggi Elisa. Quando me l'ha fatta leggere per un attimo ho creduto che fosse riferita ai miei stessi ossessivi pensieri. In realtà abbiamo problemi diversi, situazioni diverse. Eppure a volte mi scopro legata a lei da una strana empatia.

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giovedì, 06 ottobre 2005

''CANTO D’INGRESSO DEL CORO

Entrano un gruppo di donne vestite di nero.
Dopo alcune piroette accompagnate da canti, si fermano al centro della scena.

CORO   C’era una volta una famiglia nata sotto cattive stelle, che pagò con una triste sventurata fine le colpe di leggi sbagliate. C’era una volta una donna che uccise e si uccise per amore, scatenando intorno a sé terribili tumulti. Così questi parenti legati l’uno all’altro, senz’altra via d’uscita, spinti dall’amore per il loro stesso sangue si tolgono la vita. Le vicende degli eroi e la loro straziante pena così vi racconteremo in questa nostra scena. Fiaba spezzata fatta di grida d’amore e di morte, senza lieto fine nella loro triste sorte.,,

Così inizia la mia Antigone. La mia Antigone che si è piazzata tra i testi finalisti del concorso. La mia Antigone potrebbe vincere. Un testo teatrale. Una riscrittura della tragedia di Sofocle in chiave moderna. Riscritta da ME. Chi l’avrebbe mai immaginato che mi sarei incarnata in un personaggio di Sofocle? Chi l’avrebbe mai immaginato che la mia Antigone sarebbe stata apprezzata?

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lunedì, 03 ottobre 2005

"Quest’ala d’uccello sul fianco all’altezza dell’altra diversa e più umana m’affligge da sempre. Un arto sinistro consueto a partir dalla spalla la mano conclude. All’opposto mancante di tutto s’installa il piumaggio dell’ala maestosa il cui peso mi piega. Dimoro in un luogo in cui m’hanno rinchiusa nel giorno del parto. In un cubo serrato posto al centro dell’ottagonale castello dei mostri. Mi ha portato qui dentro nascosta in un cesto la levatrice dalle dita in metallo. È stata lei a condurmi nel bosco. È stata lei ad estrarmi dal ventre. Divaricata continuamente sveniva la partoriente mia debole madre alla vista dell’angelico deforme infante che usciva. UNO SCHERZO INAUDITO gridava il vile virile consorte mio padre sputandomi in viso. Sentii che diceva ai vicini “è morta arrivando, la bara è già chiusa, l’abbiamo sepolta tra i fiori di campo.” Sentii che diceva “dal dolore partiamo.” Poi sono fuggiti. Rimani. [...]  Madre mia tu che m’hai gettato nell’aria senza dirmi il nome che avevi quel giorno che ti s’allargavano le gambe nel vomito di carne piccola che ero. Come ti chiami. Dimmi il tuo nome, ripetilo. Dimmi il tuo nome, riprendimi nella tua bocca, ringoiami. Dimmi il tuo nome almeno una volta, voglio ascoltarlo. Che suono farebbe se lo gridassi come gridavi vedendomi. Come ti chiami. Dimmi il tuo nome, qual era il tuo nome, dov'eri quando mi hai dato alla luce, chi eri. Com'era il tuo volto, com'erano gli occhi, come guardavi quella figlia deforme, con che spavento. Come posso rinascere, come posso fare per riuscire ad averti. Come ti chiami. Dimmelo adesso, prova a raggiungermi. Madre mia come posso provare questa dolcezza per tutto il tuo crimine, come posso volerti. Come ti chiami. "    Isabella Santacroce, Dark Demonia

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nuotando nell'aria
"Ad essere sincera non ne sono così sicura. Di esistere intendo. Mi sembra di vedere le cose a tinte pastello." A.
"Collezionavo anni controvoglia. Erano farfalle conficcate da spilli. Chissà se un giorno riuscirò a venderli. " Revolver, I.S.

Nome // Morgana
Specie // Misantropa
Età // 23

elucubrazioni
"Per me il presente è l'eternità e l'eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è vita. E quando passa, muore. Ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si deve basare su quelli già morti. E' un po' come le sabbie mobili… senza scampo sin dall'inizio. Un racconto, un quadro possono far rivivere un poco la sensazione, ma mai abbastanza. Niente è reale, eccetto il presente, e io mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. Un centinaio di anni fa una ragazza ha vissuto come vivo io. Poi è morta. Io sono il presente, ma so che anch'io me ne andrò. L'istante sublime, la fiamma che consuma arriva e subito scompare: sabbie mobili, sempre. E io non voglio morire" Diari, S. P.
"Un cuore artificiale io vorrei, nessun suono. Non questo pianoforte pieno di violini, non questo slancio che nasconde sotto ali così immense, non quei sogni, nessun suono. [...] Dai prova a ferirmi, io non sento, non ci sono, sempre altrove, sempre forte, invulnerabile, magnifica. Dai prova a ferirmi, colpisci con potenza, fammi fuori, urlami qualcosa di terribile, sbranami, dai sbranami, io non sento, non ci sono, sempre altrove, sempre forte, invulnerabile, magnifica." Requiem, I.S.

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Grafica: me
La foto di testata, quella in bianco e nero, mi è stata scattata da Daniele.


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