



[In un quadro di Monet]
giovedì, 27 agosto 2009
Ero con Davi dolce in un quadro di Monet animato dal vento. Il mare era blu scuro, ma anche arancione, per via del riflesso della montagna. Davanti a quel mare impressionista Davi mi raccontava la leggenda di Colapesce e quella del lago di Venere. I turisti la ascoltavano incantati. La guardavano mentre con grazia saltava da una barca all'altra. Davi saettò sull'acqua. Feci fatica a starle dietro. Io, che di solito nell'acqua mi sento nel mio habitat naturale, mi resi conto di quanto in realtà i miei movimenti fossero lenti e goffi in confronto a quelli delle sirene. Davi si arrampicò su una rientranza della roccia. E rimase lì, in piedi. Mi sorrise mostrando i canini sporgenti. I pesci credettero che fosse una sirena-vampiro incastonata nella roccia. Un turista disse a Davi: sembri nata in mezzo al mare. Qualcuno mi ha detto: sei stregata da un uomo che vola tra gli alberi e da una donna che vola nel mare.
E, in effetti, mi sento fortunata. Non è da tutti avere un'esistenza animata da due creature che sanno volare pur essendo prive di ali.

[Bocche d'amianto]
giovedì, 20 agosto 2009
La pettegola petulante andò dal prete e si lamentò. E' inammissibile, disse, che la gente prenda l'ostia con le mani, perchè le mani sono sporche. La lingua, a volte, è molto più sporca delle mani, disse il prete. "Cristo in croce sembrava alquanto avvilito dai vizietti di provincia. Primo fra tutti il ricorso sfrenato al pettegolezzo imburrato, infornato e mangiato. Quale prelibatezza e meschina delizia per palati volgari. Larghe bocche d'amianto fetide come acque stagnanti. Cristo in croce sembrava più infastidito dalle infamie che dai chiodi. Maria Catena anche tu conosci quel nodo che stringe la gola. Quel pianto strozzato da rabbia e amarezza. Da colpe che infondo non hai. E stai ancora scontando l'ingiusta condanna nel triste girone della maldicenza. E ti chiedi se più che un dispetto il tuo nome sia stato un presagio."
Carmen Consoli

[Ancora alberi]
lunedì, 17 agosto 2009
E vuoi andare a vivere in Canada. Perchè laggiù ci sono alberi altissimi. Immensi. There are ancient trees tall over one hundred metres, mi hai detto. E io ho guardato in alto. Per cercare di immaginarmeli, questi alberi giganti. Do you want to live in Canada? Mi hai chiesto. Ma certo. Mi farò un giaciglio su un ramo basso, perchè soffro di vertigini, e da lì ti guarderò volare tra gli alberi immensi. Hai questa strana mania di liberare gli alberi dai rami morti. Ognuno sfoga i nervi a modo suo, certo. E staccherai i rami morti con le mani, e da lassù mi strillerai di spostarmi perchè sta per piovere legno. E continuerai il tuo strano volo da un ramo all'altro a centinaia di metri senza mai sbagliare un movimento. "La cosa più difficile non era mantenersi in equilibrio, e nemmeno dominare la paura, e tantomeno camminare su quella fune infinita, su quel filo di musica intervallata da vertigini abbacinanti. La cosa più difficile, quando avanzava nella luce del mondo, era di non tramutarsi in fiocco di neve. "
Maxence Fermine, Neve

[C'erano questi alberi immensi]
domenica, 16 agosto 2009
C'erano salici piangenti e un'infinità di farfalle. Così tante che avevo la sensazione di poterle calpestare ad ogni passo. Era solo una sensazione. Perchè non sono mica sceme, le farfalle diurne. Non se ne stanno lì ferme a lasciarsi calpestare. Volano veloci. Le farfalle notturne, invece, sono inermi. Puoi toccarle. Puoi strappar loro le ali se vuoi. Credo siano un pò masochiste. Padre Pluche dice che in realtà avrei dovuto essere una farfalla notturna. C'erano miriadi di insetti che si ostinavano a ficcarsi tra i miei capelli. Solo tra i miei capelli. They love your hair, dicevi. Ridevo e strillavo scuotendo la testa. Una parodia di un film dell'orrore in cui la protagonista, invece di scappare, ride. I'm not a flower, strillavo alle api. Mai visti così tanti insetti in vita mia. Temo mi abbiano scambiata per un'enorme lavanda sbiadita dal sole. C'erano campi tempestati di grilli. Ognuno sfoga i nervi a modo suo. C'è chi oblitera le piante della moglie, c'è chi tira sassi lungo il Saint Martin. Io scrivo. O smanetto con l'html. O fotografo la gente. E così ti ho chiesto di rotolarti sull'erba bruciata dal sole e ti ho tempestato di foto e foto e ancora foto, e tu non capivi cosa potessi mai trovarci di interessante nel fotografare pelle e erba e capelli e pelle e erba. Let's go in those trees, ti ho detto. Quello che intendevo, è che volevo fotografarti in mezzo agli alberi. Ma è successo qualcosa di strano. C'erano questi alberi immensi. E tu hai spiccato il volo. Fluttuavi da un ramo all'altro. Non era un arrampicarsi, no. Stavi volando. Un animale selvatico. Un rapace, forse. No fear for me, mi hai detto, quando ti sei accorto dei miei occhi sgranati. Avrei voluto dirtelo. Avrei voluto dirti un sacco di cose. Ma il mio francese è pessimo e il nostro inglese fa schifo. E così mi sono limitata a dire che stavi volando. I fly all the time, mi hai detto.

[Affondavi gli occhi]
sabato, 01 agosto 2009
Secondo te, quante di queste persone sono realmente felici? Mi hai chiesto. In quella sgraziata folla. Forse tre o quattro, ti ho risposto. Magari ci saranno tre o quattro persone innamorate, quà in mezzo. Poi ci saranno una ventina di disperati. E tutto il resto immagino sia in uno stato di inerzia. E quindi, mi hai chiesto, la felicità dipende solo dall'amore? No. La felicità è una sensazione effimera. E' l'effetto della serotonina impazzita. E la serotonina impazzisce solo per due cose: per reazioni chimiche indotte, o per amore. Tutto il resto è inerzia. Una volta mi hai guardata e mi hai detto. Morgana, avevi ragione. Io sono fatta di legno.
O disperazione. Dipende.
C'è un pò di me in te. O forse. Diventiamo tutte uguali in certe circostanze. Ed eravamo tutti lì. Con i Marshmallows che conversavano amabilmente di affinità illusorie, e tu che fissavi il vuoto col cuore affranto. Con occhi da animale ferito. In mezzo a quel futile ciarlare. Tu affondavi gli occhi. Nel vuoto.

elucubrazioni
"Per me il presente è l'eternità e
l'eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è vita.
E quando passa, muore. Ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si
deve basare su quelli già morti. E' un po' come le sabbie mobili… senza
scampo sin dall'inizio. Un racconto, un quadro possono far rivivere un poco
la sensazione, ma mai abbastanza. Niente è reale, eccetto il presente, e io
mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. Un centinaio di anni fa una
ragazza ha vissuto come vivo io. Poi è morta. Io sono il presente, ma so che
anch'io me ne andrò. L'istante sublime, la fiamma che consuma arriva e
subito scompare: sabbie mobili, sempre. E io non voglio morire" Diari, S. P.
"Un cuore artificiale io vorrei, nessun suono. Non questo pianoforte pieno
di violini, non questo slancio che nasconde sotto ali così immense, non quei
sogni, nessun suono. [...] Dai prova a ferirmi, io non sento, non ci sono,
sempre altrove, sempre forte, invulnerabile, magnifica. Dai prova a ferirmi,
colpisci con potenza, fammi fuori, urlami qualcosa di terribile, sbranami,
dai sbranami, io non sento, non ci sono, sempre altrove, sempre forte,
invulnerabile, magnifica." Requiem, I.S.
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La foto di testata, quella in bianco e nero, mi è stata scattata da Daniele.
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